Archivi categoria: Storia delle Telecomunicazioni

Intervista a Angelo Dottore di GTI

Tutto è cominciato in un garage come tante delle più grandi aziende del settore delle telecomunicazioni. C’è la passione ma non ci sono i mezzi, c’è l’ingegno ma ancora non ci sono gli strumenti per crescere, sfondare. Oggi, alla soglia dei trent’anni GTI srl di Modena vanta un team di 22 persone che lavorano per marchi prestigiosi così come per enti pubblici. Attiva nella telefonia, videoconferenza, networking e data center, l’azienda è partita da lontano. Ci racconta la sua storia il direttore commerciale Angelo Dottore

Parlaci di te. Come sei approdato al mondo dell’ICT?

Ho fatto studi di telecomunicazioni a Modena, diplomato nell’86, sono poi partito per il militare. Al mio rientro ho trovato un lavoro quasi per caso, attraverso amici comuni. All’epoca l’istituto scolastico che ho frequentato era di pregio, sfornava “tecnici ” che poi andavano a servire la Rai, tanto per dirne una. Ho fatto colloqui con grandi aziende, con la Sip ma poi son rimasto colpito da una persona che lavorava… in un garage. Non avevo mai visto una cosa più brutta.

E qui è iniziato il  percorso che ti ha portato in GTI?

Esatto. Rimasi folgorato dalla passione che animava la persona che mi stava offrendo il lavoro. Niente uffici galattici e sedie in pelle…uscii con il contratto firmato tra matasse di cavo e tavole di legno al posto delle scrivanie. Era un’azienda microscopica che istallava centralini telefonici. Non ho mai fatto l’ università, ma io, giovane fresco di diploma,  rappresentavo l’avanguardia tecnologica in quella situazione. Un anno dopo fondai la mia azienda, diventando socio di quello che era stato il mio titolare. Nell’88 la compagine sociale era la stessa di oggi.

Il prossimo anno spegnerete 30 candeline. Com’è cambiata nel tempo l’azienda?

Siamo nati in concorrenza con chi si occupava a fine anni ’80 dei centralini telefonici per le aziende, nei periodi in cui era appena nata la liberalizzazione. Eravamo delle mosche bianche, ci veniva perfino chiesto se fosse legale ciò che facevamo perché era ancora forte il concetto di monopolio. Dal garage il passo è stato breve. Non mi vedo caratterialmente in situazioni già costituite,  ruoli già definiti. Gli spazi chiusi o confinati non fanno per me. Prendendomi dei rischi, prediligo la libertà. E’ il mio mantra.  Nel tempo ci ha contraddistinto la crescita sempre a due cifre, abbiamo inserite persone in organico, nel nostro dna c’è l’innovazione. Abbiamo vissuto tutte le evoluzioni possibili partendo tra i primissimi  in Emilia con le soluzioni IT: abbiamo visto l’analogico, il digitale, toccato con mano tutte le tecnologie ed è stata la nostra fortuna. Tutta esperienza che abbiamo messo a disposizione dei nostri 2500 clienti.

In quale zona geografica operate?

E’ un’area ristretta dal punto di vista operativo. Siamo presenti nelle province di Reggio Emilia, Modena, Mantova e Bologna. Abbiamo anche clienti internazionali ma il 90% del nostro mercato è basato sul rapporto col territorio.

E’ un legame viscerale quello col vostro territorio di appartenenza… 

La conoscenza degli imprenditori è fondamentale, la vicinanza alle aziende ci permette tempestività di intervento. Anche dal punto di vista sociale cerchiamo di dare valore al territorio del quale facciamo parte.

Collezionate però diversi esempi di successo. I più significativi?

GTI opera sul mercato per imprese di medie- grandi dimensioni. Tra queste la Lamborghini, per cui curiamo il centralino telefonico  e il nuovo call center  (1800 interni, 90 linee aziendali), gestiamo il cablaggio del nuovo polo logistico di 40mila metri quadrati della Grandi Salumifici Italiani, 12 sedi in Italia e migliaia di interni. Poi c’è la Ricci Casa con 300 interni e 8 sedi.

Se non in questo settore specifico, in quale altro ambito ti saresti immaginato?

Un piano b c’è ed è sempre nel cassetto. Sono così  tecnologico in azienda che poi in realtà, quando stacco, amo tornare alla manualità, alle origini. La mia passione sono gli amplificatori a valvole, sono un auto costruttore: nel tempo libero ho uno spazio mio nel quale gioco con il legno e con le saldature. Sono appassionato di musica, il mondo dell’hi fi legato alla qualità del suono mi affascina. Ma no, non so suonare nessun strumento e questo forse lo rimpiango.

Il vostro rapporto con Nextmedia?

E’ di lunga durata.  Siamo diventati loro clienti per un piccolissimo centralino tedesco, eravamo giovani entrambi io e Daniele Domeniconi, accomunati dalla passione nel proporre prodotti effettivamente innovativi rispetto al mercato del momento. Partimmo con un grosso lavoro, poi la stima è rimasta negli anni.

Ed è nato Nexi. Ci racconti come?

Ci stavamo già lavorando, da almeno 5 anni, su una piattaforma che chiamavamo Open GTI e che non volevamo distribuire ma tenere per noi. Poi è arrivata la richiesta di Daniele: conoscendo la forza del reparto tecnico di Nextmedia,  che li ha sempre distinti dagli altri distributori mi convinsi che erano il partner giusto.  Creammo un brand ad hoc. Lavorando insieme definimmo nome e linee guida. Tutt’ora siamo distributori unici in Italia di Nexi.

Un tuo parere di quello che succederà nei prossimi cinque anni nell’ICT 

Penso che l’Unified Collaboration, ad oggi sempre troppo legato ai mezzi che siano pc o smartphone avrà molti ostacoli da superare. Dovremmo arrivare ad avere hardware trasparenti, utilizzare strumenti molto semplici dove con un clic posso vedere, parlare, condividere informazioni con le persone nel mondo. Ma ancora oggi siamo legati più all’oggetto e meno alle applicazioni. Le infrastrutture dati ancora non ci permettono questo salto, ci sono molte limitazioni in certe aree. Ma qualcosa si sta sbloccando. 

Cos’è per te il VoIP?

E’ quella tecnologia che annulla le distanze, ci svincola  dalle connessioni fisiche e ci  permette di essere raggiungibili da qualunque parte mantenendo le abitudini di utilizzo. E’ , in una parola, libertà.

Lamborghini non ha certo bisogno di presentazioni. Eppure la collaborazione è nata così, per caso. “Andai in azienda per accompagnare dei clienti, mentre loro discutevano nel data center io in disparte iniziai a parlare uno dei manager. Capimmo a pelle che potevamo lavorare insieme. Oggi Lamborghini è uno dei clienti più importanti”. Un aneddoto che fa capire che la meritocrazia unita ad un pizzico di fortuna, certo, esiste. E che stoffa, talento e determinazione se ce li hai…ti portano davvero lontano.

-Intervista a cura di Ylenia Cecchetti

Anche Nexi sarà presente al Roadshow Nextmedia 2017.

Di seguito i link con le varie tappe del Tour:

15 marzo > Padova

16 marzo > Cattolica

21 marzo > Torino

22 marzo > Milano

28 marzo > Roma

29 marzo > Firenze

4 aprile > Bari

5 aprile > Napoli

Per info su GTI: www.gti.it 

 

Venti Domande a…Maurizio Dozio di Dozio System

La sua storia nel mondo delle telecomunicazione parte da lontano, è una questione di dna. Tra telefoni e macchine per ufficio, Maurizio Dozio ci è cresciuto e crescendo, con determinazione, ha portato avanti l’azienda di famiglia. Arrivando ad oggi e facendo sua la Dozio System (di cui è direttore commerciale), raccogliendo il testimone e i buoni frutti di un lavoro iniziato a fine anni ’50. Diviso tra impegni lavorativi e familiari, Maurizio non rinuncia alle sue passioni più grandi. Da esperto di ICT , riposto il pc, l’informatico veste i panni di addestratore… di pastori tedeschi. Difesa e obbedienza al posto di VoIP e connettività. Torna il nostro angolo delle interviste e con lui tutte le curiosità sui partner VoipVoice. Oggi voliamo a Lecco.

1. Chi era Maurizio da piccolo?

  Un bambino curioso e intraprendente

2. E che uomo è diventato adesso?

Un felice padre di famiglia, marito premuroso, un piccolo -ma orgoglioso- imprenditore con diverse responsabilità. Peccherò di presunzione ma penso di essere stato in grado di risolvere sino ad ora un bel po’ di situazioni. Ho diverse persone che dipendono da me.

3. Quali erano le tue aspirazioni?

Volevo creare un’azienda che producesse componenti elettronici. Poi metter su famiglia ed essere in grado di fa vivere decorosamente me ed i miei cari.

4. Come sei approdato al mondo dell’ICT?

Questione di dna, ci sono nato. L’azienda è stata fondata da mio padre Giuseppe.

5. Ricordi la prima volta che hai navigato in internet?

Sì, certo.  Con modem a 14.4kBps PC386SX, con Win3.11. Eravamo a metà degli anni ’90.

6. E quando per la prima volta hai avuto a che fare col VoIP?

Nel 2006 con Messagenet e con vari provider gratuiti.

7. Come hai conosciuto VoipVoice?

Tramite 3CX. Ho conosciuto Simone Terreni e conservo ancora gelosamente la prima mail che ci siamo scambiati.

8. Chi è stato il primo cliente a cui hai istallato VoipVoice?

La Dozio System! Abbiamo giocato in casa. Tutto ciò che vendiamo, prima di proporlo ai clienti lo testiamo su di noi.

9. Quando è nata la tua azienda?

Dobbiamo guardare indietro, nel lontano 1959.

10. Cosa fa?

Sistemi, macchine e arredi per ufficio, noleggio e vendita di computer, server, software, fotocopiatrici, impianti telefonici VoIP, ma anche videosorveglianza IP, hardware e software per bar, ristoranti, hotel. E molto altro ancora.

11. Dove opera?

Lecco e provincia principalmente. Ma negli ultimi anni ci siamo allargati anche in altre Regioni come Piemonte, Veneto e anche la Svizzera.

12. Cosa fai nel tempo libero?

Mi diverto ad addestrare cani: obbedienza e difesa, in particolare sui pastori tedeschi. Non a caso sono Vicepresidente della Società Amatori Shaferhunde Longobarda. Oltre a questo, mi impegno nel sociale in qualità di organizzatore di eventi e feste popolari nel mio paese di residenza, Santa Maria Hoe’ sulle colline brianzole, 2200 anime. Mi diletto a coltivare l’orto e curare il giardino. Dopo un decennio, deluso, ho abbandonato la politica, altra mia passione.

13. Una cosa indispensabile per te?

La Famiglia.

14. Cosa ti rende felice ?

Sarò ripetitivo, lo so. Ma tornare a casa la sera e vedere i miei 3 figli, parlare con loro di quello che è successo durante la giornata, che sia bello o brutto e riuscire a dar loro consigli per affrontare la vita, mi appaga parecchio.

15. E cosa invece ti fa arrabbiare?

L’ipocrisia, l’opportunismo mascherato da amicizia, la demagogia.

16. Ti saresti mai immaginato nel ruolo che ricopri oggi?

Francamente sì.

17. Dove ti vedi fra cinque anni?

Nella stessa veste di oggi. Alla mia età è troppo tardi per cambiar mestiere. Sono comunque soddisfatto di quello che ho fatto fino ad ora.

18. Una tua considerazione di quello che succederà nei prossimi cinque anni nell’ICT…

Diventerà un mercato sempre più competitivo, che ahimè, come già sta succedendo, sarà preda di tanti, troppi “millantatori”. Questo però non può far altro che spronarmi ancora di più, per offrire ai clienti soluzioni sempre più affidabili ed efficienti. Continuerò a farlo con la professionalità che ha distinto la mia azienda, i miei collaboratori e i miei fornitori, in oltre 50 anni di attività.

19. Infine la nostra domanda di rito. Cosa è per te il VoIP?

Oltre che un’opportunità di business è uno stimolo ad imparare, e mi ha permesso di conoscere delle belle persone!

20. Un obiettivo che ti sei dato per questo 2017?

Crescere e apprendere ancora, consolidare la mia azienda e renderla sempre più attenta e vicina al cliente.

Mai dimenticare da dove si viene… se si vuol capire meglio dove andare. La storia della famiglia Dozio merita un focus a parte. Se ci fosse un marchio distintivo, il loro sarebbe composto dalle iniziali MD. I fratelli Dozio sono Maurizio, Massimo e Monica. A separarli ci sono 7 anni di differenza. “I miei genitori – scherza Maurizio- erano dei calcolatori già ai tempi. Appena si avvicinava la crisi del settimo anno sistemavano le cose…a modo loro“.

La prima apparecchiatura per ufficio ad essere venduta (una macchina da scrivere) è ancora custodita come fosse un pezzo da museo. Forte delle sue origini la Dozio System è oggi attenta alle innovazioni tecnologiche di settore. L’elisir di lunga vita però è top secret.

-Intervista a cura di Ylenia Cecchetti

 

Dozio System è un Rivenditore Certificato VoipVoice Doctor.

Questi sono i suoi contatti:

C.so E. Filiberto, 8
23900 Lecco LC

Tel e fax: +39 0341 421836
Email: info@doziosystem.it
Web: www.doziosystem.it

 

Il sorriso di Fahlman, l’inventore delle Emoticons

“Suggerisco di utilizzare la seguente sequenza di caratteri come indicatore di uno scherzo : – ) . Leggetelo di lato. In realtà, faremmo prima a contrassegnare le cose che non sono uno scherzo, date le tendenze attuali. Per queste, possiamo usare : – ( .”

Attraverso questo semplice messaggio lasciato in una delle prime BBS (Bullettin Board System – le antesignane dei forum group) della Carnegie Mellon University di Pittsburgh nel 1982, Scott Fahlman, all’epoca giovane ricercatore di AI (Artificial Intelligence – la scienza che cerca di far compiere ai computer scelte/azioni come se fossero dettate dalla mente umana), aveva codificato lo Smiley, dando origine a tutti quei simboli che sono stati poi identificati nelle Emoticons prima e nelle Emojii dopo.

primo-messaggioLa sequenza grafica proposta da Fahlman era costituita da tre caratteri: i due punti, il segno del meno e la parentesi ) per “marcatore dello scherzo”, la parentesi ( per indicare le cose serie.

Ma perché c’era bisogno di un Joke-Marker, di un indicatore dello scherzo?

arpanet-1974

ARPANET – 1974

Alla fine degli anni ’70, la Carnegie Mellow University era inserita tra le università statunitensi collegate da ARPANET, la prima rete di computer basata sulla Commutazione a Pacchetti, e i computer a disposizione erano dei grandi terminali, molto lenti, dove si poteva solo scrivere un testo, senza la possibilità di inserire né foto, né immagini né tantomeno video. Una tecnologia completamente diversa rispetto quella a cui siamo abituati oggi.

Per scambiarsi informazioni venivano utilizzate le mail e le BBS, due sistemi di comunicazione che possono essere considerati gli antenati dei Social Network odierni poiché lì vi si affrontavano non solo argomenti seri ed importanti, ma anche questioni private e venivano spesso fatte battute o scherzi, generando il più delle volte incomprensioni.

Fahlman ha ricordato, durante il suo recente intervento al Wired Next Fest 2016 a Firenze, che qualche giorno prima che proponesse lo Smiley come Joke-Marker, c’erano stati non pochi problemi tra docenti e rettore universitario dovuti ad uno scambio di mail sulla possibile perdita di mercurio qualora uno degli ascensori dell’università fosse dovuto andare in caduta libera schiantandosi al suolo: lo scherzo paragonava la discesa/salita dell’ascensore ad un termometro che misurava la febbre. Chiaramente stiamo parlando di un puro umorismo tech-nerd, proprio degli utilizzatori dei computer dell’epoca.

Prima della proposta di Fahlman, c’era stato chi aveva suggerito di inserire l’asterisco * accanto alle frasi scherzose, tuttavia il simbolo * poteva essere utilizzato anche come marcatore di qualcosa che doveva essere approfondito, che aveva bisogno di una specifica ulteriore e questo avrebbe creato inevitabilmente confusione. Oppure chi come Kevin MacKenzie aveva ipotizzato di utilizzare questa punteggiatura )- come simbolo di una linguaccia, dello scherzo appunto, ma la sua idea non trovò seguito e venne presto abbandonata.

La sequenza : – ) ribattezzata fin da subito come Smiley, sorriso, è nata quindi per indicare ciò che non doveva essere preso sul serio, come una frase divertente, e, analogamente, la sequenza : – ( creata per indicare “guarda, non sto scherzando, sono serio” è diventata ben presto il simbolo di qualcosa di triste o di negativo.

Scott Fahlman

Scott Fahlman

Attraverso il suo messaggio, Fahlman ha proposto una codifica del linguaggio testuale grazie ad un simbolo di chiara ed immediata comprensione, il volto umano.

Quello di cui non si era reso conto era l’assoluta viralità della sua idea: Fahlman pensava che il clamore iniziale si sarebbe esaurito nel giro di un paio di mesi, ma così non è stato. Con l’avvento di Internet e la diffusione del WWW grazie a Tim Berners-Lee, i computer iniziarono a circolare non solo nelle università e nelle aziende ma anche nelle case private: chiunque entrasse in contatto con le mail, i forum o i vari messaggi molto spesso includeva il simbolo 🙂 oppure 🙁 per accompagnare le sue parole.

emoticons

Elenco di Emoticons

: – ) è stato identificato fin da subito non solo come marcatore dello scherzo ma proprio come espressione dell’emozione umana della gioia, della felicità e della positività. Lo Smiley era diventato Emoticon Emotion Icon, un modo facile e intuitivo di esprimere le emozioni umane attraverso una sequenza grafica, l’icona appunto. Il termine Emoticon viene tradotto in italiano con la parola “faccina”, proprio a voler rimarcare quello che è il forte collegamento tra il volto umano e quelle sequenze grafiche che di lui vogliono esprimere le emozioni.

Faccina arrabbiata, piangente, stupore, bacio, sorriso a 24 denti, dispiacere: per moltissime emozioni umane è stato creato un simbolo preciso. Tante anche le varianti che si sono sviluppate: dall’abbreviazione dei caratteri togliendo il trattino del meno centrale : ) e : ( (Fahlman è solito definire questi simboli con disprezzo perché gli ricordano il volto di una rana), passando poi per le Kamoji, le Emoticons giapponesi così rappresentabili (*_*).

Emojii

Emojii

Partendo dall’analisi delle Emoticons e del ruolo che avevano nella comunicazione web, Shigetaka Kurita ha dato vita alle Emoji, dei simboli pittografici che hanno iniziato a diffondersi prima in Giappone alla fine degli anni ’90 e poi nel resto del mondo: il suo scopo era creare nuove icone che permettessero ai giovani di esprimersi utilizzando meno caratteri possibili di quelli permessi per l’invio di un messaggio.  Dalle faccine tonde e colorate, arricchite da espressioni sempre più bizzarre, siamo poi passati a simboli rappresentativi di persone, città, cibi, animali, stagioni, bandiere etc.

Facebook Reactions

Facebook Reactions

Facebook Reactions, introdotte ad inizio 2016, sono un’altra testimonianza di quanto sia importante per ogni individuo esprimere la propria emozione nel mondo Web e dei Social Network. Dal classico “Mi Piace” adesso è possibile dire se quel post/foto/video/link mi piace, ne sono innamorata, mi fa ridere, mi rende triste oppure arrabbiata.

Io insieme a Scott Fahlman al Wired Next Fest 2016

Io insieme a Scott Fahlman al Wired Next Fest 2016

 

Il 19 settembre 2016 è ricorso il 34 compleanno dello Smiley e, anche se il suo significato è cambiato rispetto all’inizio, il sorriso di Fahlman ha aperto le porte alla diffusione delle emozioni sul Web e sui Social Network.

 

Anche noi vogliamo fare la nostra parte! Con Inside Factory, il Brand powered by VoipVoice che si occupa di Formazione, E-Learning, Marketing e Organizzazione di Eventi, lavoriamo proprio sulle emozioni umane cercando di rappresentare un valore aggiunto per chi ci sceglie. Vogliamo emozionarci prima noi, guardandoci dentro, e attraverso la scelta di immagini e parole giuste, location fuori dagli schemi, la costruzione di una storia e lo StoryTelling, provare a regalare un’emozione anche agli altri, un sorriso extra-ordinario, perché “un sorriso è immediatamente riconoscibile da qualsiasi persona nel mondo, a prescindere dalla cultura”.

a cura di Martina Giacomelli 

Happy Birthday Linux

“Ciao a tutti quelli che usano minix –
Sto facendo un sistema operativo (gratis) (solo un hobby, non sarà nulla di grosso e professionale come gnu) per cloni AT 386(486). Questa cosa è in preparazione da aprile, e comincia ad esser pronta. Mi piacerebbe qualunque feedback sulle cose che la gente apprezza/disgusta in minix, in quanto il mio SO gli assomiglia un po’ (stessa impostazione fisica del file-system (per ragioni pratiche) tra le altre cose)…..”

TuxCon queste parole scritte 25 anni fa uno studente universitario finlandese decise di creare un sistema operativo per il suo PC. Quello studente si chiamava Linus Benedict Torvalds, e stava programmando il Kernel, cioè quel che un computer decide quale programma fa cosa, quando e con quali risorse, di un nuovo sistema operativo. L’annuncio sul newsgroup dato il 25 agosto 1991 rappresentò il debutto ufficiale di Linux, il più grande progetto di software Open Source mai realizzato.

Il concetto di Open Source e di Software Libero nacque nel 1984 grazie al programmatore Richard Stallman. A Stallman nacque l’idea di rilasciare del Software svincolato da copyright e nei cui sorgenti vi potessero mettere le mani tutti quando si trovò davanti una stampante della Xerox non funzionante: non poteva risolvere il problema poiché il codice sorgente non era aperto. Creò allora GNU (acronimo di “GNU’s Not Unix”) cioè un Sistema Operativo Unix-like, uno dei primi realizzati, allo scopo di ottenere un Sistema Operativo completo utilizzando esclusivamente Software Libero. L’anno successivo, Stallman e soci crearono la Free Software Foundation (Fondazione per il Software Libero), una organizzazione senza fini di lucro per lo sviluppo di software libero. Tutti al mondo potevano contribuire e condividere le proprie conoscenze per creare qualcosa di nuovo.

A differenza di Stallman, che era un visionario e rivoluzionario, Linus Torvalds creò Linux per una banale disputa accademica: il sistema operativo Unix all’interno della sua università non aveva ancora una versione adatta per il suo computer, allora un po’ per imparare e un po’ per necessità cominciò a scrivere il codice. E quel messaggio sul newsgroup non era altro che una banale richiesta di aiuto. Il grande professore informatico statunitense Andrew Stuart Tanenbaum, i cui libri si trovano nei corsi di Ingegneria Informatica di tutto il mondo, nonché creatore di UNIX, quando venne a sapere della creazione di Linux disse la famosa frase a Torvalds: “Io continuo a ritenere che progettare un kernel monolitico nel 1991 sia un errore fondamentale. Ringrazi che non è mio studente. Non avrebbe preso un voto alto per tale progetto”. In pratica non si rese conto di quello che il giovane studente, rivoluzionario per caso, avrebbe compiuto di lì a pochi anni.

Altro aneddoto divertente è quello che narra come fu trovata Tux, la Mascotte di Linux: Torvalds aveva contratto la malattia della “pinguinite” dopo essere stato pizzicato da un pinguino: “La pinguinite ti fa stare alzato la notte a pensare solo ai pinguini ed a provare grande amore per essi”. Anche se fu morso veramente da un pinguino durante una visita a uno zoo quando era piccolo, la malattia di Torvalds era ovviamente uno scherzo, ma servì per trovare una mascotte divertente e simpatica da associare a Linux. Il disegno fu realizzato 1996 da Larry Ewing dopo una discussione su di una mailing list pubblica. Raffigura un pinguino grassottello che sta seduto dopo un abbondante pasto e una pinta di birra. Fu chiamato Tux, che sta per “Torvalds UniX“, ma è anche l’abbreviazione di tuxedo (“smoking”, in italiano), l’abito che il pinguino indossa abitualmente. Infatti in italiano viene chiamato “pinguino” chi porta lo smoking.

Nel 1997 ventures capitalist e colossi del settore Information & Technologies cominciarono a interessarsi a Linux, e in breve aziende come IBM, Oracle Corporation, Hewlett-Packard adottarono il nuovo sistema Operativo. Nell’anno successivo si comincia a conciliare la filosofia di Linux con le regole del mercato e grazie a Bruce Perens e Eric S. Raymond nacque la definizione di Open Source: Software Free non voleva dire “gratuito” ma “libero”. L’esempio più eclatante fu la liberalizzazione del codice sorgente di Netscape, che negli anni successivi portò grazie alla comunità di sviluppatori alla creazione di Mozzilla/Firefox, uno dei browser più usati al mondo.

Controverso il rapporto con Microsoft, l’azienda che con il suo Sistema Operativo Windows ha il monopolio del software dei PC del mondo. Nel 2001 l’azienda di Bill Gates, aveva definito Linux “un cancro”. Nel 2005 esce una copertina del Business Week, il settimanale di economia americano, con Torvalds in smoking (Pinguino) con su scritto: “Guidava una banda di Geek ora è una minaccia per Microsoft”, riconoscendo di fatto la diffusione di Linux in tutto il mondo. Nel 2015 anche Microsoft comincia ad adottare Linux e il CEO di Microsoft Satya Nadella ha dichiarato: “Microsoft love Linux”. Torvalds, pragmatico, era riuscito a trasformare i nemici in alleati.

L’importanza e la diffusione che il kernel Linux ha avuto nella vita di tutti noi è impressionante. Grazie ad esso sono stati sviluppati sistemi operativi per un’ampia gamma di dispositivi quali: Personal Computer, Cellulari, Tablet, Console, Mainframe, Supercomputer, Server, Router. E se come Sistema Operativo ha una discreta diffusione in ambiente desktop (circa il 3% dei PC lo hanno a bordo), con Android, il Sistema Operativo per dispositivi mobili di Google basato sul Kernel di Linux, oggi supera l’85% del mercato. I numeri e la diffusione di Linux sono impressionanti. Nel 1995 esistevano 250mila linee di codice, nel 2010 14 milioni di righe, oggi nel 2016 dopo 25 anni, sono state realizzate 22 milioni di linee. E se nel 1992 gli sviluppatori erano circa un centinaio, oggi sono 13mila in tutto il mondo.

Anche il VoIP e il mondo delle Telecomunicazioni è stato profondamente cambiato da Linux.
Nel 2000 un giovane ingegnere statunitense di soli 23 anni, Mark Spencer, realizza la prima stesura di Asterisk, software libero, basato su Linux, che gestisce un Centralino Telefonico (PBX). Lo scopo di Spencer era quello di creare un software che servisse ad aumentare l’utilizzo delle schede d’interfaccia FXS ed FXO che si collegano a una rete telefonica tradizionale (PSTN) che lui aveva creato l’anno prima tramite la sua azienda Digium. E il principio che utilizzò Spencer fu il medesimo che aveva usato Torvalds: per facilitare la diffusione del software lo liberalizzò. Così una serie di sviluppatori e professionisti in tutto il mondo avrebbero contribuito a migliorarlo.
Oggi Asterisk è il software più diffuso tra i centralini Open Source e sta prendendo delle fette di mercato importanti. Non solo. Sono molti i centralini che partendo da una base di Asterisk, sono stati poi ingegnerizzati e realizzate delle soluzioni che spesso troviamo sul mercato italiano. Molti di questi brand sono certificati da Voipvoice.

Grazie a Linus Torvalds oggi il mondo è migliore, ma lui non è mai stato un rivoluzionario.
Per lui chi vuole “cambiare il mondo” non solo fallisce, ma questi fallimenti portano a scoraggiarsi e a diventare più cinici. Lui invece, come sempre pragmatico, ha come filosofia questa: prendi una piccola cosa, una piccola parte del sistema (lui prese il cuore del Sistema Operativo), prova a migliorarla e mettila a disposizione degli altri. Lui l’ha fatto con Linux e la sua “piccola cosa” è diventata immensa.

Il Segreto per cambiare il mondo? Non avere nessuna pretesa di farlo!”
Linus Torvalds

a cura di Simone Terreni

ADSL NeXT VoipVoice e FRITZ!Box, un’accoppiata vincente!

Non sono un cosiddetto “nativo digitale” e chi ha avuto il tempo e la voglia di leggere i miei precedenti interventi su questo Blog ormai penso che questo l’abbia capito.

Proprio in questi giorni siti web, giornali, telegiornali e qualsiasi mezzo di comunicazione sono invasi da storie e aneddoti riguardati l’applicazione del momento: Pokémon Go. Questo passatempo, a pochi giorni dal suo lancio, ha già superato i 30 milioni di download! Questo vuol dire che in questo preciso momento milioni di persone, nelle più impensate località del pianeta, si sta connettendo alla rete tramite il proprio adorato smartphone per cercare di imprigionare qualche raro mostricciattolo.

Vallo a spiegare ai teenager di oggi, abituati ad essere sempre connessi, che negli anni ‘90 per potersi collegare ad internet dovevi prendere la bicicletta o il motorino e andare in un Internet point, fare un abbonamento e pagaRouter 56kre una bella parte della tua paghetta mensile per avere solo qualche ora di accesso al Web. I più fortunati avevano genitori lungimiranti che si erano comprati un modem 56K; chi l’ha avuto non può non ricordare quell’inconfondibile suono che questa macchinetta emetteva quando l’accendevi. Le sessioni di navigazione erano però molto brevi per due motivi: il primo era che quando ti connettevi ad internet la linea telefonica di casa risultava occupata e ciò provocava molto spesso liti e dibattiti familiari sull’effettiva necessità di avere questa diavoleria tecnologica in casa; il secondo era il costo delle sessioni di navigazione e questo purtroppo andava a rinforzare la fazione degli oppositori del Web. Stiamo parlando di un mondo che doveva vederADSL 90e ancora la nascita di Google e per navigare il motore di ricerca che la faceva da padrone era AltaVista. I provider offrivano connessioni “a tempo” (e vi garantisco che le attese per aprire una pagina Web erano estenuanti) proponendo abbonamenti nelle ore notturne; se volevi navigare durante il giorno i costi erano veramente esorbitanti. Mettendo ordine in un cassetto della mia scrivania di casa ho trovato una brochure di quel periodo; a vederla oggi viene da sorridere ma a quel tempo “200 Lire al minuto” erano veramente una cifra considerevole. Riportandola al cambio di oggi, una sessione di un’ora di navigazione sarebbe venuta a costare circa 6 Euro!

Questa era la realtà tra le mura domestiche ma la cosa riguardava anche il settore Business. Verso la fine degli anni ’90 le aziende cominciarono a capire che il futuro sarebbe stato nelle mani di coloro che avrebbero saputo adeguarsi all’evoluzione tecnologica in corso e ci fu una corsa a dotarsi del materiale Hardware necessario, a farsi configurare caselle di posta elettronica e, chi se lo poteva permettere, a farsi fare un proprio Sito Web. In quegli anni le aziende utilizzavano pressappoco gli stessi modem che utilizzavano i privati e le prestazioni e le funzionalità erano sempre le stesse. Fu solo con l’avvento del nuovo millennio che internet da sfizio divenne necessità e allora sul mercato, agli storici produttori del mercato Home, si andarono ad affiancare nuovi prodotti e servizi che cercavano di offrire metodologie all’avanguardia e prestazioni sempre più performanti, per dare modo alle aziende, anche se piccole, di entrare nel mercato globale ed uscire dalla realtà locale nella quale, fino ad allora, si erano attestate.

Verso la metà degli anni 2000 cominciarono ad essere disponibili connettività sempre più performanti e con il proliferare della banda larga si cominciò anche in Italia a parlare di VoIP. VoipVoice nacque proprio in concomitanza con questa “rivoluzione digitale”, esattamente nel 2006. Sempre in questo periodo un’azienda nata in Germania nel 1986 e già allora leader per la produzione e commercializzazione di router, aprì la sua divisione italiana; questa azienda è la AVM, e il prodotto con cui si presentò sul nostro mercato è il FRITZ!Box.

VoipVoice nei suoi primi 10 anni di attività si è sempre occupata di attivare e gestire numerazioni VoIP, andando ad “appoggiare” le proprie numerazioni alle connettività presenti presso i nostri Clienti; quando il mercato ci ha permesso di poter attivare connettività performanti, come lo sono le connettività FTTC, abbiamo preso la decisione di aggiungere al nostro pacchetto di offerta anche le ADSL NeXT.

Il passo successivo è stato quello di dare ai nostri Clienti la possibilità di andare a configurare i nostri servizi su un apparato sicuro, testato e affidabile e di dare loro modo di riceverlo in comodato d’uso presso la loro sede con una semplice guida di configurazione. Dopo un’attenta analisi di mercato la nostra scelta non è potuta che ricadere sui router FRITZ!Box e nello specifico su due modelli ben precisi, il FRITZ!Box 7430 e il FRITZ!Box 7490.FRITZ!Box

I motivi di questa scelta sono molteplici ma alcuni hanno avuto sicuramente un’importanza decisiva. Innanzitutto AVM è sinonimo di qualità, affidabilità e durata; dal 2004 ad oggi AVM ha sempre mantenuto la produzione all’interno della Comunità Europea, non andando ad esternalizzare la produzione come molte altre aziende hanno fatto per andare a risparmiare sui costi di produzione. Oltre a questo AVM ha sempre dato un’importante risalto al VoIP; pensate che già a partire dal primo modello di router presentato in Italia nel 2004, il FRITZ!Box Fon, oltre ai collegamenti per le linee telefoniche tradizionali POTS e ISDN, presentava già la possibilità di configurare una numerazione VoIP.

Preferisco non scendere in questo contesto in questioni tecniche per cui non mi metterò ad elencare le innumerevoli funzioni e applicazioni possibili su questi apparati; per chi tra Voi fosse interessato ad approfondire questo argomento può trovare tutte le informazioni nella pagina del nostro sito riservata all’Opzione Router.

Grazie al successo che questa iniziativa sta riscontrando vi preannuncio che subito dopo l’estate usciremo con ustayTuned-1n bundle che darà modo di avere in un comodo costo fisso mensile la nostra connettività NeXT, il router FRITZ!Box e un numero VoIP con chiamate illimitate verso numerazioni fisse e mobili nazionali.

La cosa che mi fa piacere sottolineare e con cui voglio concludere questa mia riflessione è che non sempre sono le scelte tecniche, economiche o commerciali ad indirizzare un’azienda a fare una scelta piuttosto che un’altra. Come ho già scritto sopra, AVM nacque nel 1986 e nacque dall’intuizione di tre studenti che oggi sono i proprietari e ricoprono il ruolo di direttore commerciale, direttore tecnico e AD. Tutto questo, in un mondo come il nostro dove le aziende nascono, crescono, si trasformano, cambiano proprietà e poi scompaiono nel giro di qualche anno, ha per noi di VoipVoice, che ci siamo sempre considerati come una famiglia, un enorme valore.

Per qualsiasi informazione sulle ADSL NeXT e sull’Opzione Router potete scrivere una mail a commerciale@voipvoice.it o telefonare al numero 0550935400; il nostro reparto commerciale è sempre a disposizione per chiarimenti, preventivi e consigli. Se poi passate da queste parti sembra che dietro una delle nostre stampanti si nasconda il rarissimo Pokemon Articuno!

Luigi Poli

 

Metodi di connessione: dalle previsioni alla realtà

8724640383_2d0a921a52_bMartedì 26 Giugno 1962 viene pubblicato sul noto giornale Siciliano “ TRAPANI NUOVA” un articolo, per quegli anni, curioso e azzardoso su quello che potrebbe essere l’evoluzione del mondo successivamente a nuove tecnologie negli, per l’epoca lontani, anni 2000.
Tre dirigenti dell’American Telephone and Telegraph Company: Felker, Boettinger e Mapes fecero una previsione azzardata: negli anni 2000 avremmo utilizzato i telefoni per fare qualsiasi cosa, addirittura i movimenti bancari sarebbero stati gestiti in autonomia tramite questo fantastico strumento.
A pensarci adesso che tutto questo è stato davvero realizzato, è facile pensare ad un cellulare, un tablet o un portatile; ma quando i 3 Americani azzardano questa “invenzione futura”, nel 1962, non esistevano ancora i telefoni mobili.
Il primo telefono cellulare inventato dal direttore della Motorola, Martin Cooper, fa la sua prima chiamata il 3 aprile 1973, ben 11 anni dopo.
I primissimi modelli, che hanno rivoluzionato e unito l’intero mondo, avevano quelle che oggi definiremmo funzioni davvero basiche; intanto negli anni siamo passati a varie forme da quelli monoblocco con sportellino e antenna, a quelli a conchiglia, a slide, a rotazione.
Nasce come un apparecchio radio mobile terminale ricetrasmittente per la comunicazione in radiotelefonia; si evolve aggiungendo il servizio di SMS – Short Message Service – che puoi inviare da un cellulare ad un altro. Altre evoluzioni del telefono cellulare saranno poi gli schermi LCD monocromatici ai primi schermi a colori, ora con tecnologia a LED e alla funzionalità touch screen.
Nascono tanti metodi di connessione verso altri sistemi come ad esempio la trasmissione dati a infrarosso, il Bluetooth, la connessione tramite porta USB e il Wi-Fi, la possibilità di collegare cuffie, auricolari, microfoni e apparati vivavoce per auto o volendo.
I cellulari di ultima generazione sono veri e propri Sistemi Operativi che fungono da veri e propri browser per la navigazione in internet; ed è proprio grazie alla navigazione in internet, direttamente dai cellulari, che quella che nel 1962 i 3 dirigenti dell’American Telephone and Telegraph Company è passata da essere una futuristica previsione a realtà.
Perché questa storia? Perché come già detto e ridetto, come ormai saprete ma come è bene ripetere, la VoipVoice è da poco diventata un Internet Provider, oltre ad essere quello per cui è nata 10 anni fa, il leader tra i provider VoIP nazionali.
Iniziamo dalle origini: lo scorso anno, era precisamente il 21, 22 e 23 Ottobre 2015 abbiamo partecipato allo SMAU di Milano.

12049284_10206657729513895_727275737216764366_n

SMAU è la principale fiera italiana dedicata all’Information & Communications Technology e in occasione di questa tappa precisa abbiamo voluto presentare l’evoluzione della nostra azienda: la nostra ADSL NeXT.

Chi di voi non ha ancora avuto modo di farlo, perché non provate?

 In pochi secondi potrete verificare se la vostra sede, il vostro indirizzo è coperto dall’attivazione delle nostre linee.

Inoltre, come spesso ci viene chiesto, tutte le nostre connettività hanno una BMG (banda minima garantita):
BMG

E’ un servizio, appunto, nato da poco per la nostra azienda, ma nonostante questo ad oggi sono state attivate ben 335 connettività tra ADSL NEXT 7 o 20 Mbps e NeXT Fibra 30 e 50 Mbps.

Le Adsl nei mesi sono sempre più performanti e stabili; abbiamo infatti ricevuto tanti feedback positivi sul loro funzionamento e la soddisfazione di chi fin da subito ha creduto nel nostro nuovo servizio è  fonte di soddisfazione principalmente per noi oltre che per i nostri clienti.

Vi ringrazio per l’attenzione,

-Roberta Terrasi-

Informazioni: Roberta Terrasi e il servizio di Supporto Tecnico di VoipVoice risponde ogni giorno lavorativo dalle ore 9,00 alle ore 18,00 oppure potete contattarlo tramite mail: customercare@voipvoice.it.

Le Regole del Garage

HP“Siete in gamba voi due e lavorate bene insieme. Create un’azienda di strumenti elettronici, avrete successo.” Il professore di ingegneria elettronica Frederick Terman non aveva dubbi. Quei due studenti davanti a lui, due giovani ingegneri appena laureati di 25 anni, erano sicuramente quelli che avevano la migliore abilità tecnica del suo corso alla Stanford University di Palo Alto in California.

I due ragazzi, si conoscevano da anni: erano compagni di banco, molto affiatati e pieni di inventiva. Incoraggiati dal loro professore si misero a creare un’azienda, un luogo dove lavorare insieme e creare nuovi strumenti tecnologici. Però di soldi ne avevano pochi. Come fare?

Uno dei due si sposò con Lucille Salter nel 1938 e fu proprio lei a trovare una casa in affitto in Addison Avenue al numero 367 di Palo Alto per soli 45 $ al mese. I due sposini andarono a vivere nella casa, l’altro neo ingegnere prese possesso della dependance e nel garage i due ex studenti crearono il loro laboratorio.

Il primo strumento che Bill Hewlett e Dave Packard misero a punto, nelle loro nottate e nei loro fine settimana, fu un Oscillatore Audio, uno strumento che serviva a calcolare il timbro corretto del suono. Hewlett e Packard lo brevettarono con il nome di 200 A, per non farlo sembrare il primo e per non far credere che ci fosse un modello solo, bluffando. Il primo cliente che si interessò all’Oscillatore fu niente meno che Walt Disney. La Disney, la grande Disney, stava realizzando proprio in quei giorni un film rivoluzionario: Fantasia. Il film, tutt’oggi un capolavoro dell’animazione, unì per la prima volta Musica Classica e Cartoni Animati. Famosissima la sequenza di Topolino Apprendista Stregone che anima decine di scope per poter portare l’acqua. Il film fu il primo nella storia del cinema ad usare la Tecnologia Stereo. E per misurare correttamente questa tecnologia la Disney ordinò otto oscillatori proprio ai due ingegneri.

Hewlett e Packard rimasero sorpresi ed entusiasti dell’ordine, ma qua nacquero un paio di problemi. Il primo: a quale prezzo vendere l’Oscillatore? Non avevano né listini, né mai fatto un’offerta commerciale, e non volevano passare da pivellini con un cliente così importante. Alla fine decisero che ogni  pezzo sarebbe costato 54,45 $ inventando un prezzo che potesse sembrare reale, bluffando nuovamente. Il secondo: come chiamare l’azienda che doveva vendere la loro invenzione? Non avevano dubbi: volevano usare i loro cognomi. Ma in che ordine? Se si usava l’ordine alfabetico usciva Hewlett & Packard, ma se si mettevano in ordine di età l’ordine si invertiva e diventava Packard & Hewlett. Fu Lucille a risolvere la questione con il consueto senso pratico delle donne: tiriamolo a sorte con una moneta, propose. Testa prima Hewlett, croce prima Packard. Indovinate cosa uscì? Testa direte voi! Trovando oggi il marchio HP, tra i più diffusi al mondo su computers, stampanti e scanners, il risultato non poteva che essere quello. Invece no. Uscì croce. Ma il giorno dopo, quando con un capitale sociale di soli 538 $, Packard andò a registrare l’azienda, decise di cambiare nome all’ultimo momento, privilegiando il cognome del suo caro amico compagno di studi Hewlett. Nacque HP.

Da allora l’azienda ebbe un vero e proprio boom. Bill era un genio dell’elettronica, Dave invece era molto bravo nella parte finanziaria. Cominciarono a costruire di tutto ma si specializzarono nei calcolatori elettronici. Nel 1951 Hp inventò un misuratore di frequenza ad alta velocità che consentiva alle stazioni radio di definire accuratamente le frequenze. Nel 1957 Hewlett-Packard emise le prime azioni e quattro anni dopo entrarono ufficialmente nel listino della Borsa di New York. Nel 1966 venne prodotto il primo computer e nel 1968 Hp distribuì il primo calcolatore scientifico da scrivania, il modello 9100, che memorizzava programmi su scheda magnetica.

Bill in particolare aveva la fissazione per i calcoli. Da buon ingegnere girava sempre con una matita e un taccuino nel taschino della camicia. Si chiese: cosa sognano gli ingegneri? Risposta facile: portarsi sempre dietro il proprio calcolatore da scrivania per riuscire a fare qualche calcolo difficile correttamente, come radici quadrate o equazioni logaritmiche. Erano gli inizi degli anni settanta e questi calcolatori erano molto ingombranti, pesanti e con un cavo per l’alimentazione elettrica. Ma Bill voleva realizzare una calcolatrice in miniatura e lanciò la sfida al suo team di ingegneri e in pochi mesi i laboratori HP, che si erano spostati ormai da anni dal vecchio garage, crearono l’HP35, la prima calcolatrice portatile. L’HP35, 35 perché aveva 35 tasti, però aveva un costo molto elevato: 350 $. Dave fece fare un’indagine di mercato per vedere se c’era la possibilità concreta di diffondere il prodotto. Nonostante il parere negativo dell’indagine Bill ne fece realizzare lo stesso 10.000 pezzi fregandosene di grafici e statistiche. In brevissimo tempo, diciotto mesi dopo, HP vendette oltre 100.000 pezzi e la gente era disposta a farsi lunghe file per comprarla. Ecco la forza dei due ingegneri di Palo Alto: credere in un progetto e portarlo avanti nonostante tutto.

La HP fu la prima azienda della Silicon Valley, nome coniato nel 1971 dal giornalista Don C. Hoefler per indicare la Santa Clara Valley in California. Famosa fino ad allora per la coltivazione delle prugne, fu chiamata “Silicon” per la forte concentrazione iniziale di fabbricanti di semiconduttori e processori fatti da microchip basati sul silicio, che poi fecero da attrazione per l’insediamento successivo di aziende sviluppatrici di hardware e software. San Josè è la capitale di questa valle che conta circa quattro milioni di abitanti, e se l’HP è riconosciuta come la “madre” di tutte le aziende innovative della zona, il boom si ebbe negli anni 50, grazie ad un incubatole tecnologico creato dall’Università di Stanford, lo Stanford Research Park, voluto proprio da quel professore di ingegneria elettronica che anni prima aveva incoraggiato i due neo ingegneri, Bill Hewlett e Dave Packard, a fondare la loro azienda: Frederick Emmons Terman. Cosa vuol dire avere una vision.

Nella valle di Santa Clara sono nate e si sono sviluppate il più alto numero di aziende innovative che negli ultimi anni hanno cambiato le nostre abitudini: aziende come Xerox, Cisco, Apple, Yahoo, Google, Facebook, LinkedIn, Electonic Arts, ma il garage di Addison Avenue al numero 367 di Palo Alto, affittato per soli 45 $ al mese, è considerato il luogo dove nacque tutto. Nel 1987 il Garage è stato registrato come California Historical Landmark No. 976 e ufficialmente dichiarato “Birthplace of Silicon Valley”. Nel 2007 è stato inserito nella lista del National Register of Historic Places degli Stati Uniti d’America. HP nel 2000 ha comprato il Garage e lo preserva per le future generazioni.

Hewlett e Packard non furono solo degli innovatori tecnici, lo furono anche nel mondo del lavoro, perché applicarono ai loro dipendenti quel principio che essi stessi avevano sempre applicato l’uno verso l’altro: la fiducia. Introdussero concetti rivoluzionari come l’Orario Elastico, cioè la possibilità di entrare dalle 6 alle 9 all’ora che si vuole e fare le ore necessarie, oppure l’Open Space, cioè un’organizzazione completamente diversa dell’ufficio, cambiando completamente l’architettura, abbattendo i muri e facendo circolare le idee.

Nel 1941, a proposito di idee, i due fondatori dell’HP, Bill e Dave, hanno formulato le 11 Regole del Garage. Eccole:

  1. Believe you can change the world.
  2. Work quickly, keep the tools unlocked, work whenever.
  3. Know when to work alone and when to work together.
  4. Share tools, ideas. Trust your colleagues.
  5. No Politics. No bureaucracy. (These are ridiculous in a garage.)
  6. The customer defines a job well done.
  7. Radical ideas are not bad ideas.
  8. Invent different ways of working.
  9. Make a contribution every day; if it doesn’t contribute, it doesn’t leave the garage.
  10. Believe that together we can do anything.
  11. Invent.
  1. Convinciti che puoi cambiare il mondo.
  2. Lavora velocemente, tieni gli attrezzi sempre a portata di mano.
  3. Sappi quando lavorare da solo e quando lavorare in gruppo.
  4. Condividi strumenti e idee: abbi fiducia nei tuoi colleghi.
  5. Niente politica, niente burocrazia (sono ridicoli in un garage).
  6. Solo il cliente definisce un lavoro ben fatto.
  7. Le idee radicali non sono idee cattive.
  8. Inventa modi diversi di lavorare.
  9. Fai un progresso ogni giorno.
  10. Sii convinto che insieme si può fare.
  11. Inventa.

Queste 11 regole sono talmente belle che possono essere generalizzate per diventare un vero e proprio manifesto di tutte quelle aziende che tentano con fatica di emergere e innovare. Un po’ come ha fatto VoipVoice in questi anni.

Noi non siamo nati in un Garage, certo, ma un sorriso nasce spontaneo quando pensiamo che dove c’era il nostro primo ufficio, un bugigattolo di pochissimi metri quadrati sopra una scala, oggi si trova un bel… gabinetto.

Però quello spirito che troviamo nelle Regole del Garage è il nostro. Anche nel 2016 inventeremo nuovi servizi, lo faremo insieme ai nostri partners, cercando di migliorare ogni giorno, migliorando le nostre procedure, convinti dei nostri obiettivi, con il cliente come giudice, senza chiedere nulla a nessuno, pieni di fiducia tra di noi, una fiducia che sia riposta su noi stessi o sul nostro team, e, velocemente, cercheremo di migliorare il mondo.

Buon 2016 VoipVoice!!

– Simone Terreni –

 

Content is king

VoipVoice parteciperà, dal 1 al 2 dicembre, al WPC, la più grande conferenza italiana sulle tecnologie Microsoft che si terrà a Milano presso il Centro Congressi Milanofiori. Saranno due giorni di full immersion tecnologica, con oltre 70 sessioni tenute dai migliori speaker italiani.

Per prepararci a questo appuntamento vogliamo oggi riproporre proprio un famoso articolo di Bill Gates, il creatore di Microsoft e grande filantropo, che nel 1996 pronunciò la famosa frase: “Content is king“, il contenuto è re, che spesso oggi è alla base del marketing moderno. In questo profetico articolo, di cui consigliamo a tutti la lettura, già venti anni fa Bill Gates tracciava il futuro di Internet e quelle che sarebbero diventate le immense opportunità che questo mezzo poteva riservare a ciascuno di noi.
ContentIsKing_Blog

“Il contenuto è il re” – Bill Gates 03/01/1996

“Il contenuto è dove mi aspetto che verranno fatti più soldi su Internet, proprio come accadeva nelle trasmissioni radiotelevisive.

La rivoluzione televisiva, che ha avuto inizio mezzo secolo fa, ha generato un certo numero di settori, tra cui quello della produzione di televisori, ma a lungo termine sono stati premiati coloro che hanno utilizzato il mezzo per fornire informazione e intrattenimento.

Quando si tratta di una rete interattiva come Internet, la definizione di “contenuto” diventa molto ampia. Per esempio, i software per computer sono una forma di contenuto di estrema importanza; quella che per Microsoft rimarrà di gran lunga la più importante.

Ma le opportunità più ampie, per la maggior parte delle aziende, riguardano la fornitura di informazioni o intrattenimento. Nessuna azienda è troppo piccola per partecipare.

Una delle cose interessanti di Internet è che chiunque, con un PC e un modem, può pubblicare qualunque tipo di contenuto. In un certo senso, Internet è l’equivalente multimediale della fotocopiatrice. Permette di duplicare materiale a basso costo, a prescindere dalla dimensione del pubblico.

Internet permette anche di divulgare informazioni in tutto il mondo a costo zero, o quasi, per l’editore. Le opportunità sono notevoli, e molte aziende stanno gettando le basi per la creazione di contenuti per Internet.

Ad esempio, la rete televisiva NBC e Microsoft hanno recentemente deciso di entrare, insieme, nel business interattivo delle news. Le nostre aziende, congiuntamente, daranno vita a una rete di notizie via cavo, MSNBC, e a un servizio di news interattive su Internet. NBC manterrà il controllo editoriale della joint venture.

Mi aspetto che la società vedrà un’intensa concorrenza e tanto il fallimento quanto il successo clamorosi in tutte le categorie di contenuti, non solo software e notizie, ma anche giochi, intrattenimento, programmi sportivi, directory, pubblicità e comunità online dedicate agli interessi più diffusi.

Le riviste cartacee hanno i propri lettori, che condividono interessi comuni. È facile immaginare queste comunità servite da edizioni elettroniche online.

Ma per avere successo online, una rivista non può semplicemente prendere i contenuti stampati e spostarli nel mondo elettronico. I contenuti stampati non hanno abbastanza profondità o interattività per riuscire a superare gli inconvenienti del mezzo online.

Se alle persone viene richiesto di accendere il computer per leggere su uno schermo, allora devono essere ricompensate con informazioni approfondite e aggiornate, che possono esplorare a piacere. Hanno bisogno di avere l’audio e, magari, pure dei video. Hanno bisogno di un’opportunità per il coinvolgimento personale che va ben al di là di quella offerta dall’editoriale di una rivista.

Una domanda che molti hanno in mente è quanto spesso una medesima compagnia, che serve un gruppo di interesse in stampa, riuscirà a ottenere gli stessi risultati col servizio online. Anche il futuro di alcune riviste cartacee è messo in discussione da Internet.

Per esempio, Internet sta già rivoluzionando lo scambio di informazioni scientifiche specializzate. Le riviste scientifiche cartacee tendono ad avere piccole tirature, il che le rende costose. Le biblioteche universitarie rappresentano una grande parte del mercato nonché un modo goffo, lento e dispendioso per distribuire informazioni a un pubblico specializzato. D’altro canto non si è trovata un’alternativa valida…

Ora, alcuni ricercatori stanno iniziando a utilizzare Internet per pubblicare i risultati scientifici. Questa è la sfida concreta che in futuro si troveranno ad affrontare alcune venerande riviste cartacee.

Nel corso del tempo, la quantità di informazioni su Internet diventerà enorme, e questo lo renderà irresistibile. Anche se oggi la corsa all’oro è principalmente confinata agli Stati Uniti, mi aspetto si estenderà nel resto del mondo con la diminuzione dei costi di comunicazione e la presenza di una massa critica di contenuti localizzati in diversi paesi.

Affinché Internet prosperi, i fornitori di contenuti devono essere pagati per il loro lavoro. Le prospettive a lungo termine sono buone, ma nel breve termine credo arriveranno un sacco di delusioni, poiché le aziende di contenuti lotteranno per far soldi attraverso pubblicità o abbonamenti. Questo ancora non funziona e potrebbe non funzionare per un po’.

Finora, almeno, la maggior parte dei soldi e lo sforzo profuso nella pubblicazione interattiva sono poco più che un atto d’amore, o uno sforzo per contribuire a promuovere i prodotti venduti nel settore non-elettronico. Spesso questi sforzi si basano sulla convinzione che nel tempo qualcuno riuscirà a capire come trarne profitto.

Nel lungo periodo, la pubblicità promette bene. Un vantaggio della pubblicità interattiva è che un messaggio iniziale deve solo attirare l’attenzione, piuttosto che trasmettere molte informazioni. Un utente può fare clic su un annuncio per ottenere maggiori dettagli, e un inserzionista può misurare se le persone lo stanno facendo.

Oggi, però, l’ammontare dei ricavi di sottoscrizione o di introiti pubblicitari realizzati su Internet è vicina allo zero, forse pari a 20 milioni o 30 milioni di dollari nel complesso. Gli inserzionisti sono sempre un po’ riluttanti di fronte a un nuovo mezzo di comunicazione, e Internet è certamente nuovo e diverso.

Una certa riluttanza da parte degli inserzionisti può essere giustificata, in quanto molti utenti di Internet sono tutt’altro che entusiasti di vedere la pubblicità. Uno dei motivi, è che molti inserzionisti utilizzano immagini grandi che richiedono parecchio tempo per essere caricate attraverso una connessione telefonica dial-up. Un annuncio pubblicitario su una rivista occupa molto spazio, ma un lettore può voltare rapidamente una pagina stampata.

Quando le connessioni a Internet diventeranno più veloci, il fastidio di attendere il caricamente di un annuncio diminuirà, fino a scomparire. Ma ci vorrà ancora qualche anno.

Alcune aziende di contenuti stanno facendo delle prove con degli abbonamenti, spesso facendo leva su contenuti gratuiti. Questa tattica è comunque rischiosa perché, non appena le persone sottoscrivono un abbonamento, il numero di utenti che visita il sito si riduce drasticamente, diminuendo di conseguenza la proposta di valore per gli inserzionisti.

Uno dei motivi principali per cui i contenuti a pagamento non funzionano molto bene è che non è pratico addebitare piccoli importi. Il disturbo e la scocciatura di pagare con carta di credito fanno sì che il costo sia più alto del normale.

Nel giro di un anno i meccanismi saranno affinati e i content provider potranno richiedere solo pochi spicci per le loro informazioni. Se si deciderà di visitare una pagina che costa un centesimo, non bisognerà compilare o ricevere un contratto via e-mail per un solo nichelino. Basterà cliccare sul contenuto desiderato, sapendo che l’addebito avverrà sommando più operazioni.

Questa tecnologia libererà gli editori dal peso di piccoli addebiti, nella speranza di attirare un vasto pubblico.

Chi ci riuscirà, darà una marcia in più a Internet, sia come mercato di idee, esperienze e prodotti sia come mercato di contenuti.”

Nessuna azienda è troppo piccola per partecipare, dice Bill Gates.
Anche noi di VoipVoice ci proviamo.

 

Le Chiamate VoIP tramite WhatsApp sono davvero Gratis?

What’s up?
Come va? Che succede?
Quando Jan Koum nel febbraio del 2009 creò una nuova App che aveva la funzione di comunicare lo status del proprio cellulare (come ad esempio “sono in palestra” oppure sono “occupato”) a tutti i contatti che aveva in rubrica e che in breve tempo è diventato il programma di messaggistica istantanea che ha mandato in pensione gli SMS, non ebbe dubbi sul nome.
WhatsApp!!
E di cose a Jan Koum, che oggi a soli 39 anni è secondo Forbes uno dei cento uomini più ricchi del mondo, ne sono successe eccome.Jan Koum

Nato in Ucraina in una famiglia povera, emigrò in cerca di fortuna a Mountain View in California, insieme a sua madre e a sua nonna, quando aveva poco più di 16 anni. Sua madre si portò dietro in valigia un enorme numero di taccuini sovietici e penne per fornire il materiale scolastico al figlio e poter così risparmiare. Suo padre invece non si trasferì mai. Arrivati in America la madre sbarcava il lunario facendo la baby sitter mentre Jan si mise a fare lavori umili come spazzare in una bottega d’alimentari. Sua madre si ammalò poco dopo di cancro e cominciarono a vivere grazie all’assegno di invalidità di lei. Ricevettero per fortuna un piccolo appartamento con due camere grazie a un programma di un’Agenzia di Sostegno Sociale. Jan si iscrisse all’Università di San José University facendo un secondo lavoro come collaudatore di sicurezza, ma odiava la scuola e la sua grande passione era l’informatica che imparava in maniera autodidatta. Prendeva in prestito manuali di informatica da una bancarella di libri usati, e li riportava dopo averli letti. Si iscrisse in un gruppo di hacker chiamato w00w00 e si intrufolò nei server della Silicon Valley arrivando perfino a chattare con Shwan Fanning, il co-fondatore di Napster.

Persona irrequieta, rissosa e turbolenta, non riusciva ad inserirsi nella società americana, e tanto meno ad avere buoni rapporti con le donne: nel 1996 ricevette perfino un ordine restrittivo dal tribunale di San José che gli impediva di avvicinarsi a una sua ex che aveva verbalmente e fisicamente minacciato.

La svolta ci fu quando dopo aver fatto un colloquio con Yahoo! alcuni giorni dopo fu chiamato direttamente da David Filo: “Dove sei?” “Sono in aula” rispose Koum cercando di non farsi sentire dal prof che stava spiegando. “Che cazzo stai facendo in classe?”, disse Filo. “Alza il culo e vai in ufficio”. Il professore che si accorse della telefonata si arrabbiò tantissimo e redarguì lo studente. Ma dopo due secondi di esitazione, tra le urla del docente e lo stupore dei compagni, Jan Koum si alzò e se ne andò. Fu l’ultimo giorno che mise piede in un aula universitaria.

Alla Yahoo! però dopo nove anni di lavoro le cose non stavano andando come sperava. Il suo carattere irrequieto mal si conciliava al lavoro di dipendente. Conobbe là però il collega Brian Action, una persona che lo aveva aiutato quando sua madre morì nel 2000 e col quale si trovava molto bene. Decisero di licenziarsi: prima si presero un anno sabbatico per girare il Sud America, poi furono scartati entrambi da Facebook, infine decisero di fare un’azienda tutta loro.
L’idea era quella di approfittare del nuovo mercato che la Apple aveva lanciato tramite le APP e l’Apple Store. Koum vedeva in questo settore e nella mobilità un campo di applicazione importante. Infatti a differenza di Facebook o di altri social network che ti chiedono una marea di dati per poterti profilare e successivamente propinarti pubblicità, lui voleva che solo tramite il tuo numero di cellulare potevi rimanere in contatto con tutto il resto del mondo. Dire che sei a lavoro, oppure sei fuori, o in palestra, insomma applicare gli status delle chat, che erano già molto diffuse sul web, al cellulare, in modo da poter risparmiare tempo e batteria.

La società WhatsApp fu creata a febbraio del 2009: Jan Koum passò giornate intere a costruire il codice utilizzando i taccuini che sua madre aveva portato dall’Ucraina, a studiare i prefissi telefonici tramite Wikipedia e anche se l’App spesso andava in crash non mollava.
Quando la Apple lanciò il sistema delle notifiche nel giugno del 2009 il gioco era fatto: ogni volta che uno cambiava stato poteva avvertire il proprio network, in tempo reale e gratuitamente.
Ehi come va? Io sono a lavoro!
Qualcuno cominciò a rispondere ai vari stati e Koum si rese conto che aveva involontariamente sviluppato un sistema di messaggistica potente che poteva raggiungere chiunque avesse uno smartphone. A quei tempi c’era anche il sistema di chat del BlackBerry, Skype, G-Talk ma l’unico basato solo sui numeri telefonici era WhatsApp. Geniale!
Koum rilasciò la versione 2.0 di WhatsApp che implementava la parte di messaggistica e conteneva anche la famosa spunta di visualizzazione del messaggio e in brevissimo tempo, senza nessun tipo di lancio né tanto meno pubblicità, ma solo basandosi sul passaparola l’App ebbe un successo strepitoso.

La pubblicità è sempre stato il punto sul quale non volevano cedere.
Sapevano perfettamente che le altre compagnie della New Economy, come Google, Facebook, e la stessa Yahoo per la quale avevano lavorato, campavano prettamente dai proventi della pubblicità.
Sia Koum che Action non volevano assolutamente cedere a questa filosofia e misero l’App, dopo un periodo di prova gratuita, a pagamento. Ma tutt’oggi non trovate uno straccio di pubblicità su WhatsApp e loro stessi nel Blog WhatsApp con una citazione da un film cult con Brad Pitt:

La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono!
– Tyler Durden in Fight Club

Il 19 febbraio 2014 Mark Zuckerberg di Facebook, annuncia l’acquisizione di WhatsApp per 19 miliardi di dollari. I motivi di questa scelta sono abbastanza semplici da individuare: quanto costano 600 milioni di numeri di telefono (e il database è in costante aumento) in giro per il mondo, perfettamente profilati, per contatti, luogo, tipo di cellulare, orari, etc.?
Jan Koum ha deciso di firmare questo accordo milionario proprio davanti all’Agenzia di Servizi Sociali che aveva aiutato in passato sua madre e lui ad andare avanti in un momento di difficoltà, in perfetto stile americano dove ognuno può avere un’opportunità.
koum 2

Una delle novità più potenti del 2015 di WhatsApp sono le chiamate VoIP.
Tra i vari tastini in alto è comparso quello della cornetta telefonica. Potete chiamare qualsiasi contatto di WhatsApp, ma invece di passare dalla rete GSM, passate dalla rete dati, non spendendo un solo centesimo delle tariffe dei vari operatori col quale avete il contratto della SIM.
Ovvero…
Al posto di spendere per le chiamate avviene il consumo dati.
Quindi non è vero che le chiamate di WhatsApp sono gratis, ma sono subordinate all’effettivo consumo di banda che noi del VoIP sappiamo bene cosa comporti.
Prima di tutto se chiamate tramite 3G o 4G state consumando i Giga che avete a disposizione in base al contratto che avete sottoscritto con l’operatore di telefonia mobile.
Se invece chiamate dal Wi-fi di casa vostra un abbonamento a internet lo state già pagando. E più roba fate passare dalla vostra adsl e più essa deve essere potente, adeguata, stabile, costosa…
Se invece siete comodamente seduti a Starbucks all’estero e fate le vostre chiamate a un amico in Italia, il caffè che state bevendo lo state pagando, come la camera dell’albergo all’estero che avete scelto proprio per la connessione Wi-fi free, come il biglietto aereo nell’aeroporto che vi fornisce un’ora di internet gratis.

La domanda successiva è: quanto consuma WhatsApp?
In rete trovate diversi articoli che trattano questo argomento, basta fare una ricerca su Google.
Comunque dagli articoli che ho letto io la media sono circa 350KB in trasmissione e 350KB in ricezione per un totale di 700KB per una chiamata di un minuto. Se il vostro piano tariffario prevede, che ne so, 1 Giga al mese come il mio, se ogni Giga sono 1.024 MegaByte o 1.048.576 KiloByte, riuscirete a fare circa 1.500 minuti di chiamate prima di esaurire il credito.
Considerate infine che fare 1.500 minuti di chiamate con una numerazione VoIP con una tariffa neppure tanto bassa, ce ne sono di migliori, costa circa 15€…
Fatevi i vostri conti e ditemi se secondo voi le chiamate di WhatsApp sono gratuite.

E voi? Avete già fatto una chiamata con WhatsApp? Com’è la qualità? Dopo aver distrutto il mercato degli SMS riuscirà a stravolgere anche il mercato delle chiamate vocali?

Credo che Jan Koum, leggendo le vostre risposte, continuerà a segnarsele sui Taccuini Sovietici che sua madre si portò dietro quando lasciarono la loro terra in cerca di fortuna.

– Simone Terreni  –

P.S.: Non cercatemi su WhatsApp. Non mi troverete.

News: Giovedì 4 Giugno- ore 10:00, terrò un Workshop della durata di 50 minuti allo SMAU di Bologna
HAI GIA’ FATTO UNA CHIAMATA CON WHATSAPP?
La Rivoluzione IP nelle TLC, tra Social Network e Smart Working
BolognaFiere Arena Digital Champions – Pad.33
Clicca qui per iscriverti al Workshop

news_WAPP

 

 

 

 

 

 

 

Note: Ho trovato la storia di Jan Koum e di WhatsApp su questo Articolo di Forbes